Estratto dal libro “Ogni istante è Importante” #2

Il desiderio di aiutare

Tutti vogliamo e desideriamo aiutare umanamente e professionalmente.

Noi tutti siamo stati aiutati, noi aiutiamo altri perché siamo a nostra volta stati aiutati. Quanto più aiutiamo tanto più prendiamo e trasmettiamo. Se non riusciamo a dare quello che abbiamo ricevuto è perché non siamo capaci di trasmettere quello che abbiamo avuto.

Questo dimostra quanto per i pazienti è difficile tenere quello che abbiano ricevuto.

Quando aiutiamo in modo profondo lo facciamo comunemente

Senza capire ed essere attenti a cosa stiamo facendo realmente.

Aiutare è guidare il paziente a riconoscere, ad accettare e superare il conflitto.

In questa concezione il paziente viene considerato capace ed adeguato a sostenere e superare i conflitti e le difficoltà.

Quando decidiamo di aiutare dobbiamo come raccoglierci in noi stessi, trovare una connessione con la mente, le emozioni, il corpo e la nostra anima. Questo permette di predisporsi ad un sentire che non proviene solo dalla percezione della mente. Favorire la creazione di uno spazio di silenzio e di raccoglimento che consente di “vedere” il paziente e di riconnettersi con la sua storia personale, senza aspettative e pregiudizi.

Psicoterapeuta e modelli di intervento terapeutico

Quando non si hanno intorno delle immagini chiare è opportuno non proseguire nella rappresentazione.

In effetti, se il conduttore non sente chiarezza e percepisce una sorta di influenza e di pregiudizio nell’osservare e nel mettere in scena, è bene interrompere la sessione.

Infatti si porta la stessa confusione e sentimenti di disorganizzazione e forza nella costellazione. Se non si sa come proseguire allora è meglio dire “io interrompo perché non so come andare avanti”. Si tratta di un atteggiamento molto onesto e ragionevole ed evita di procedere per tentativi ed errori.

Nella teoria psicoanalitica quando la terapia non procede il terapeuta dice che il paziente ha una resistenza. Il vero problema è che il lavoro non procede come lui si aspetta. In qualche modo si tratta di due configurazioni, concezioni e modi di decodificare la realtà diversi.

Tuttavia, nel trattamento, la persona che detiene il potere è il terapeuta.

Il paziente detiene ed ha un solo potere: il sintomo (produrre il sintomo) oppure andarsene ed interrompere la terapia.

Questo è il confronto delle diverse configurazioni. Terapeuta e paziente si incontrano nel setting terapeutico, portano ed agiscono quello che conoscono e padroneggiano meglio.

Così possiamo immaginare che, in alcuni tipi di interventi rigidi, quando il paziente non si configura secondo le aspettative e le credenze dello psicoanalista, ha due possibili scelte: produrre il sintomo oppure sentirsi dire che ha una resistenza. In entrambi i casi, le soluzioni possibili sono continuare la terapia ed accettare le convinzioni del terapeuta oppure interrompere.

Interrompere non significa guarire, ma fallire nuovamente.

Inoltre, il terapeuta stigmatizzerà ulteriormente questo comportamento considerandolo ancora più patologico. Allora sembra che non esista un modo “sano” per concludere o uscire

da alcuni tipi di terapia, l’unica possibilità è uniformarsi alle credenze ed alle aspettative del terapeuta e quindi guarire come questi si aspetta che guariamo.

Naturalmente tutto questo appartiene al mondo della teoria del metodo e non ha nulla a che vedere con l’esperienza e con la vita reale delle persone.

 

La storia di Maria

 

Una paziente chiede un aiuto. Vuole entrare in un rapporto più profondo con il proprio partner. Sente l’esigenza di conoscere qualcosa relativo ai vissuti più profondi, ha deciso che vuole stabilire una relazione intima, sentimentale, con l’uomo con il quale avrebbe deciso di avere un figlio. La donna riferisce che lei formula domande e richieste in modo chiaro, profondo e circostanziato. Ma non riesce a comunicare.

Le viene proposto di aprire uno spazio e lasciare fluire la relazione ed attendere e vedere ciò che accade.

Riferisce che non accade nulla. L’altro non è in grado di rispondere al livello di profondità implicito nella domanda, perché non ha avuto accesso a questo spazio interno d’ascolto, oppure semplicemente non è interessato; anche se formalmente è pronto, disponibile, recettivo.

Il livello di risposta dell’uomo è solo di congruenza verbale e non riesce ad arrivare a rispondere sul piano profondo della richiesta.

La paziente si accorge che forse le sue richieste di costruire una relazione stabile e duratura sono solo delle aspettative nella sua mente e nel suo cuore. L’altro sembra non condividerle, ma soprattutto non riesce ad entrare in sintonia con il suo sentire. La donna ha deciso che forse non è quello che desidera da questa relazione, sta prendendo in considerazione l’idea di chiudere questa storia.

 

Mente e terapia

Quando si chiede attraverso la mente, si ottengono risposte al livello di intensità e profondità, di contenuti, forma e significato, che si collocano esattamente al livello utilizzato nella domanda. A meno che l’altra persona abbia un diverso livello di sensibilità e di sentire e cerchi di andare oltre le parole.

Quando si fanno domande con la mente si ottengono risposte con la mente; questo sicuramente aiuta da un certo punto di vista, ma da un altro non porta molto lontano. Perché attraverso gli occhi e le percezioni della mente è vero tutto, ma è anche vero il contrario di tutto. Quando si da spazio al cuore si apre uno spazio d’ascolto profondo ed infinito, dove non ci sono risposte, ma attingiamo ad una fonte inesauribile di pace e di amore che ci connette con un diverso e profondo sentire e

comprendere.

Possiamo immaginare che sia come se attraverso le domande si desse modo a chi deve rispondere di configurare anche il tipo di risposte possibili. Coloro che chiedono in qualche modo offrono già una possibile configurazione mentale di come devono essere le risposte dell’altro.

Quindi da un punto di vista clinico, per quanto “aperte” possano sembrare le richieste di un terapeuta che usa prevalentemente la comprensione cognitiva, le risposte che susciteranno saranno sempre “chiuse” dentro degli schemi mentali e delle organizzazioni pre-configurate.

Allora c’è da chiedersi: “Quale tipo di domande i terapeuti “hanno utilizzato”?” e “qual è il tipo di risposte che possono aspettarsi?”.

Anche nella terapia, quando chiediamo è perché vogliamo avere delle risposte. Tuttavia il vero lavoro terapeutico, la sua parte essenziale non è avere risposte, ma aiutare l’altro ad entrare in relazione profonda con se stesso, imparare a sentire le proprie emozioni e incominciare a cercare di sentire la propria interezza.

In ogni situazione terapeutica, di lavoro, professionale, di amicizia, di parentela, se abbiamo come desiderio aiutare gli altri è necessario dare prima di tutto uno “spazio” un “luogo” nel nostro cuore per il sentire dell’altro, così che l’altro possa inizialmente imparare a sentirsi accolto, amato, riconosciuto, non valutato, non giudicato. Questo a prescindere dal ruolo, dalla situazione, dal contesto ambientale nel quale siamo inseriti.

È proprio attraverso il silenzio e questo spazio interiore che abbiamo aperto e messo a disposizione attraverso la nostra anima che la comunicazione profonda avviene. A volte è addirittura silenziosa, profonda ed intensa che non si sente nemmeno il bisogno delle parole.

Sembra quasi che le anime ed i cuori stabiliscano una comunicazione silenziosa ed intensa tra di loro.

Un silenzio pieno di contenuti che sottende una condivisione empatica del sentire.

Improvvisamente l’altra persona, memore ed influenzata da questo spiraglio di pace e di Luce, riconosce il suo sentire e cerca un nuovo modo di aprirsi ed essere in relazione.

In questo sentimento di “comunione di anime” paziente e terapeuta, madre e figlio, amico ed amica potranno aprirsi a sperimentare di nuovo quella fonte inesauribile di amore e creatività che scaturisce dalla gioia della connessione con se stessi, con il proprio cuore, con la propria anima e con l’altro.

In questo senso è interessante offrire una delle letture possibili

di una supervisione di Bert Hellinger sulla storia di una paziente legata a Firenze: il ricordo e la ricerca del legame nella e con la città di Firenze viene interrotto dalla domanda del terapeuta che chiede: “Che cosa cerca a Firenze?”. Il suggerimento di Bert Hellinger è di guardare, terapeuta e paziente insieme, in silenzio, un libro di fotografie della città di Firenze e lasciare emergere, come se questo prendere tempo

per guardare le immagini, ascoltare le emozioni, le sensazioni senza esprimerle, aprisse lo spazio della realtà più profonda che si può solo sentire e non comprendere con la mente. Nel corso della sessione di lavoro il paziente a un certo punto afferma: “sono grato per questo insegnamento che mi ha riportato a questo legame con Firenze e con la mia storia. Questo è il lavoro più profondo ed anche l’aiuto più efficace delle costellazioni”. Dopo una seduta tramite il “sentire” la realtà può emergere attraverso nuove immagini alla vista del paziente e del terapeuta.

Nel lavoro con le rappresentazioni, possiamo permettere che emerga una realtà nuova, una realtà al di là delle parole ed allora improvvisamente il paziente ha un insight, una comprensione ulteriore. Questo è il senso del lavoro con il paziente e dell’attenzione al valore legame, ascoltare e sentire con il cuore e con l’anima affinché tutto sia manifesto, questo il motivo del sintomo, un segno, un segnale, un indizio per cominciare a ricordare, a riconoscere.

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